La peste, un incubo che diventa realtà


Alla Sanità Gelardi si accingeva a mettere in scena il romanzo di Camus. Poi il virus è arrivato davvero





di Maddalena Porcelli



Le viscere del rione Sanità - esattamente la cripta paleocristiana cui si accede dall’interno della basilica di Santa Maria - avrebbero dovuto ospitare dal 21 al 26 aprile La peste al rione Sanità, trasposizione teatrale del celebre romanzo - intitolato icasticamente La peste - che Albert Camus scrisse nel 1947 come metafora del Nazismo appena debellato e, soprattutto, del male tout-court. Poi la peste è arrivata davvero, alla Sanità come nel resto d’Italia e del mondo. Il coronavirus non ha la letalità del famigerato confratello, per fortuna, ma ha messo in ginocchio tutti, urbi et orbi. Il mancato debutto diventa, però, un’occasione per approfondire intenzioni e caratteristiche di questo progetto teatrale, soprattutto perché la diffusione del contagio tra noi ha reso i temi dell’epidemia e della contaminazione ancora più attuali.

Il progetto è di Mario Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità (ntS), che come il Nest a San Giovanni a Teduccio, è un “pusher di cultura” in un quartiere afflitto da altri storici virus. La sala che dirige è una delle realtà più vitali della zona, togliendo dalle strade molti giovani con spettacoli, laboratori e altre iniziative. Non a caso, è stato proprio l’ntS a coprodurre l’allestimento in virtuosa sinergia con lo Stabile - Teatro Nazionale di Napoli e il patrocinio della Fondazione Comunità di San Gennaro. Gelardi, che firmava la regia, ha scritto il testo assieme a Fabio Pisano, giovane, emergente drammaturgo napoletano.

Il romanzo, esaurito in pochi giorni in tutta Italia prima che le librerie chiudessero, è ambientato in Algeria durante la colonizzazione francese. I primi focolai prendono vigore a Orano, ma la gente fa fatica a riconoscerli. Anzi, non vuole sentirne parlare, permettendo al contagio di espandersi con travolgente virulenza.

Gelardi: “Sembra paradossale, se non fosse triste, che lo spettacolo, cui lavoro da anni, che era già un sogno della mia gioventù, non andrà in scena. E questo perché una peste moderna, concreta, sta affliggendo il mondo. Al momento in cui scrivo non vedo luce davanti a me. Quindi, è impossibile fare ipotesi sul futuro, figuriamoci su quello del nostro allestimento. Quando tornerà il sereno, perché prima o poi tornerà, qualcosa sarà cambiato in tutti noi. Quanto avevo solo letto o immaginato sarà diventata esperienza personale, vissuta nella mia carne, e si tradurrà per forza nella drammaturgia”.

L’infezione rappresenta l’irruzione dell’assurdo nell’esistenza. Contro di esso l’homme révolté, l’uomo in rivolta di Camus si batte uscendo dal proprio isolamento e incontrando gli altri. Due frasi svelano la filosofia di un autore chiave del Novecento: “Io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. E poi: “L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti […]. Essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere. Per questo tutti appaiono stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma, per questo, alcuni che vogliono smettere di esserlo, conoscono un culmine di stanchezza, da cui niente li libererà, se non la morte”. Ogni essere umano, insomma, se non vive rettamente, per Camus diventa un virus che contamina gli altri.

La morte avvolge Orano, isolata da un cordone sanitario. Tutti i personaggi descritti rispondono all’emergenza con atteggiamenti diversi: indifferenza, indecisione, inazione, rifiuto di riconoscere la malattia, egoismo, cinismo, grettezza. Per converso, il medico Bernard Rieux, spinto dal dovere deontologico; il gesuita padre Paneloux; e un giovane altruista, Jean Tarrou, organizzeranno una squadra di volontari per prestare soccorso. Intorno a essi ruotano una serie di altri personaggi, 12 per l’esattezza, tanti quanti erano gli attori impegnati nel progetto. Quando, alla fine, la peste sarà debellata, Rieux, esaminando i taccuini su cui Tarrou ha trascritto le fasi del contagio e sul quale il racconto è costruito, esprimerà la preoccupata necessità di prevenire la sua recrudescenza, dal momento che i germi possono restare vivi e silenti per anni e, poi, riprendere vigore. Accadrà lo stesso con il coronavirus?

“Ho scelto di trasporre in teatro La peste per mettere in evidenza due aspetti soprattutto: l’isolamento in cui la città, e il quartiere si trovano, e la separazione dagli affetti. I dodici attori coinvolti nella pièce dovevano anche formare un chorós, inteso come voce del popolo, che assume la responsabilità del proprio riscatto. Portar qui La peste voleva dire anche rendere omaggio alla fierezza e al coraggio che caratterizza questo quartiere. E ora, guarda caso, proprio i cardini su cui si basava lo spettacolo rappresentano la condizione attuale di tutti. In pochi giorni abbiamo dovuto interrompere ogni tipo di contatto fisico, un abbraccio, un bacio, una semplice stretta di mano. Il respiro dell’altro non incontra più il nostro», nota Gelardi, che continua citando un passo del romanzo: “I nostri concittadini, coloro almeno che avevano più sofferto per la separazione, si abituavano al loro stato? Non sarebbe del tutto esatto affermarlo; sarebbe più giusto dire che, nel morale come nel fisico, essi soffrivano di consunzione. Al principio della peste, essi ricordavano molto bene la creatura che avevano perduto e la rimpiangevano; ma se ricordavano nettamente il volto amato, il suo riso, in tal giorno che troppo tardi riconoscevano felice, difficilmente immaginavano quello che l'altro potesse fare nell'ora stessa in cui lo evocavano e in luoghi ormai lontani. Insomma, in quel momento avevano la memoria, ma una fantasia insufficiente”.

“Ecco, - insiste il regista - recuperare questa distanza umana e fisica a cui ci stiamo inevitabilmente abituando sarà una delle urgenze della nostra ripresa psicologica. Tutto questo finirà. Quando? Non saprei dirlo, ma finirà. Allora non saremo più come prima. Quando devono raccontare un trauma, quelli della mia età ricorrono sempre al terremoto del 1980, così come i nostri nonni ricordavano la Seconda guerra mondiale. Ecco, credo che il coronavirus rappresenti un terremoto per la generazione presente e, forse, per tutte le generazioni che stanno vivendo i suoi effetti. Tra qualche decennio ci troveremo raccolti intorno a una tavolata festosa e, ormi anziani, cercheremo di raccontare quello che abbiamo vissuto, come l’Eduardo di Napoli milionaria!”.

Tornerà a vivere anche il teatro, di cui forse si capirà la preziosa funzione: “Oggi, in tempi di contagio, capisco chi tenti di tener vivo un rapporto seppur virtuale con lo spettatore; ma deve esser chiaro che questa relazione indiretta, separata da un filtro, non potrà mai sostituire quella diretta, reale. Sono convinto che qualsiasi schermo tra me e chi recita sia una separazione, una contaminazione del teatro vero, dove nasce ogni sera l’incontro fisico tra pubblico e teatranti, che in sguardi, umori, suoni, sudore, ha la propria ragion d’essere”.


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